mercoledì 19 gennaio 2011
Bastava una palpatina..
Non è l’unica ad aver subito questa devastante esperienza emotiva: sembra che lo stupro adolescenziale stia diventando un marchio di fabbrica, quasi un viatico per una carriera di successo. Gli outing più o meno illustri abbondano: Gianluca Grignani, Michelle Hunziker molestata quando ne aveva 17. O l'illustre "Nando", personaggio del Grande Fratello violentato a 9. E oggi, Ruby.
Devo dire che se mi volto indietro e guardo alla mia adolescenza, mi assale un senso di profonda tristezza: non mi ricordo altro che lunghe partite a pallone, fumetti, videogames, e vacanze al mare. Che dire, ho avuto l’infanzia del perdente: nemmeno uno sfioramento, che ne so, una palpatina mollata tra il losco e il fosco.
E io che, ingenuo, ero grato alla nonna per le 5000 lire che mi dava a Natale.
Ma che 5000 lire.....bastava una pacca sul culo e adesso mi troverei nell'empireo, con Ruby e Nando.
martedì 21 dicembre 2010
Ciao Vecio
Per me il calcio inizia lì.
Le prime partite che mi ricordo sono quelle del mondiale 82. Ho come dei lampi nella testa: io che giro con la bicicletta in cortile e provo ad andare a mille all’ora esaltato per il 2 a 1 rifilato all’Argentina. Io che, in villeggiatura con i miei genitori, chiedo di non essere sottoposto al supplizio della spiaggia ma di essere lasciato a vedere Italia Brasile nella hall dell’albergo. Ero l’unico ragazzino in mezzo a tanti signori di mezza età. Ma ai tre gol dell’Italia, in mezzo al frastuono, si poteva sentire netto un urlo un po’ più acerbo in mezzo a tanti vocioni. Io che, durante la finale sempre vista in villeggiatura, notando che i tedeschi dell’albergo continuavano a ordinare birra e champagne sicuri del successo e invece gli italiani niente, feci l’azzardo, a 8 anni, di farmi portare una coca cola. E mia madre mi guardò molto storto…..
Onore a Enzo Bearzot: se ne è andato uno che in tre mondiali ha saputo raccogliere un titolo e un quarto posto, mica robetta. E se ne è andato un Italiano che ha sempre tenuto la schiena dritta, a dispetto di tutti.
Sarà un Natale un po’ più triste del solito.
Ciao Vecio.
lunedì 29 novembre 2010
Ma c'era bisogno di Wikileaks???
- La Russia è lo stato della Mafia
- Sarkozy è un leader permaloso
- Gli stati arabi hanno paura dell’Iran Nucleare
- Berlusconi è un leader inefficiente dedito ai festini ed è il megafono di Putin in Europa.
Ma c’era bisogno di Wikileaks??? La mia portinaia queste cose le sapeva già tutte: o tra una ramazza e l’altra era dedita all’hackeraggio più spinto, oppure davvero la montagna ha partorito il topolino...
mercoledì 30 giugno 2010
Lezioni di coaching dal mondiale
Prima questione: la gestione dei talenti. Molti capi, durante la loro carriera, si trovano di fronte alla fatidica scelta: meglio un team di collaboratori in cui nessuno spicca per intelligenza, ma fatto da fedeli ed efficienti esecutori, oppure una squadra in cui collocare un paio di teste calde che spiccano per talento e creatività ma che daranno problemi quotidiani di gestione? Di solito il capo alle prime armi, giovane e inesperto, preferisce la prima soluzione: non ha mai gestito risorse e preferisce quindi dedicarsi anima e corpo al proprio lavoro. Il suo team non è fatto da aquile ma da coscienziose galline, ed in fondo, per lui, è meglio così: come nuovo capo avrà maggiore visibilità e darà a tutti l’impressione che, lì dentro, è lui il vero valore aggiunto. Capi con più esperienza sono portati a rischiare: consci del proprio ruolo scommettono sulle teste, calde, ma talentuose. Certo, magari ci sarà da gestire attriti personali all’interno del team, ma il colpo di genio potrà far fare un passo avanti a tutti, azienda compresa.
Di fronte a questa “biforcazione” si è trovato il nostro CT. Ma pur essendo un capo navigato ha fatto la scelta del novellino: si alle galline coscienziose, no alle aquile rompicoglioni. Ma le galline, si sa, fanno fatica a spiccare il volo.
La seconda considerazione: il nostro CT, interrogato sulla presenza di alcuni “vecchi” in squadra, ha tirato fuori spesso la parola “riconoscenza”.
Ma quanto vale la riconoscenza nella vita dell’azienda? L’azienda cresce, si sviluppa, ha nuovi obiettivi. Non è detto che le persone che andavano bene ieri vadano bene anche domani. Molte volte però i capi sono portati a tenere con se le persone che negli anni li hanno portati a conseguire risultati eccellenti, indipendentemente dalle sfide che dovranno affrontare. Alcuni capi si trincerano dietro a parole come “scelta di cuore” o, peggio ancora, la famigerata “riconoscenza”. Ma siamo sicuri che di riconoscenza si tratti? Spesso non si cambia non perché si è troppo buoni ma perché troppo pigri. E così si preferisce andare avanti per schemi consolidati e non invece ricominciare, con nuove persone, nuove teste, nuove idee. Per poi accorgersi che il vecchio collaboratore non ha più lo scatto di una volta e naufraga clamorosamente di fronte ai nuovi compiti. Ora, chiediamoci: questo collaboratore che magari ci era “riconoscente” quando lo abbiamo confermato., lo è ancora adesso che fa brutte figure con i colleghi e si accorge di non essere all’altezza? Sta benedicendo il suo capo per quanto è stato buono oppure lo maledice per non aver fatto….il capo?
lunedì 22 marzo 2010
Sto diventando una zappa
Una volta non era così: leggevo di tutto, dai romanzi, ai trattati di filosofia. E poi scrivevo, e tanto. La sera andavo a letto con un libro d'arte e Sky non era ancora entrato di prepotenza nella mia vita.
Oggi invece lo devo ammettere: alla veneranda età di 36 anni sono una zappa culturale. Praticamente non leggo. Anzi, leggo allo stesso modo in cui mangio: soddisfando un bisogno primario, non dell'anima, ingozzandomi di notizie di attualità alla stessa stregua di quando mangio da McDonald's e sono in grado di buttare giù, nell'ordine: Big Mac menù medio, McRoyal Deluxe, crocchette di pollo da 6, coca grande in.....3 minuti. 4 se me la prendo comoda e qualcuno ha la malauguratissima idea di rivolgermi la parola pretendendo una risposta.
Che vergogna. E pensare che ai bei tempi, quando mi capitava di conoscere gente che non leggeva, o leggeva poco, ne avevo ribrezzo. Li guardavo con il sopraciglio alzato, io che addirittura scrivevo romanzi. Pezzenti.
E comunque dell'ignoranza è vera una cosa: non fa male. O comunque è un dolore lontano, sordo, che percepisci appena.
Reso impercettibile dalle telecronache di Caressa, o peggio ancora dal vocione baritonale della De Filippi...
giovedì 11 marzo 2010
Ma che partita è questa?
Sono cresciuto in una famiglia che non mi dava mai ragione.
Se mi lamentavo di un brutto voto il colpevole ero io che non avevo studiato, non dell’insegnante. Se riprovavo a discolparmi dicendo che quel professore mi aveva preso di mira, arrivava lo sguardo di ghiaccio di mia madre (perché con mio padre non era neanche il caso di provarci) e subito capivo che era meglio stare zitto.
E così via, fino all’età adulta. Il meglio del meglio i miei genitori lo raggiungevano quando scoppiavano le liti furibonde tra me e mia sorella. In quel caso diventavano draconiani: non volevano sentir ragione del tipo “lei mi ha fatto questo, lui quest’altro”. Semplicemente non ci lasciavano aprir bocca: uno scappellotto a ciascuno e via andare. Messaggio recepito.
Penso che darò la stessa educazione ai miei figli. A me ha dato un grande senso di responsabilità, facendomi rendere conto, giorno per giorno, che le sfighe possono arrivare dagli altri, ma che sugli altri, alla fine, possiamo avere un potere relativo, mentre è solo su noi stessi che abbiamo un potere totale.
Certo, oggi viviamo in un paese in cui chi sbaglia dà la colpa al controllore. Un paese in cui, come dice Severgnini, se di notte il cane abbaia perché sente rumori strani il padrone di casa bastona il cane, e non va a vedere se effettivamente c’è il ladro.
Sono sempre stato di destra, un conservatore, uno che associa alla parola “destra” i seguenti concetti: rispetto della legalità, rigore, ordine, onestà nella gestione della cosa pubblica. Probabilmente quella destra, in italia, è morta con Cavour e Rattazzi, e Montanelli ne è stato l’ultimo cantore postumo.
Però che brutto sentirsi senza patria (politica): è come guardare una partita di calcio con la gran voglia di buttarsi dentro ma accorgersi che alla fine quella non è una partita di calcio, perché la palla viene presa con le mani, nascosta sotto la maglietta, tirata fuori all’ultimo momento. E se l’avversario sta per fare gol? Nessun problema, arriva uno che sposta la porta.
Io non gioco, grazie.
venerdì 26 febbraio 2010
La parabola dei talenti
Arriviamo ad un momento della vita, presto o tardi che sia, in cui prendiamo la consapevolezza, a volte elementare e a volte drammatica, che la sola volontà non basta. Ricordate il detto "volere è potere?". Palle. La volontà senza talento è fatica, solamente fatica, che delle volte tende ad assomigliare ad una lunga e sconfortante agonia.
Arriva un momento nella vita in cui ci accorgiamo che certi traguardi di eccellenza ci sono preclusi semplicemente perché non abbiamo abbastanza talento. Perché l'abnegazione, il sacrificio, la pazienza, lo studio, la costanza, tutte qualità che possiamo chiamare a rapporto come tanti soldati ubbidienti, non bastano più. Ed in fondo è giusto così, altrimenti il mondo sarebbe popolato da idioti volitivi e, permettetemi, che mondo di merda sarebbe. Andremmo al Louvre non per vedere la Gioconda, ma per guardare un quadro qualsiasi, forse la millesima copia di un pittore mediocre che ritrae una giovane donna mentre sorride, e ci domanderemmo annoiati che razza di sorriso sghembo sia quello. Ecco, la differenza tra talento e volontà è questa: con la volontà, dopo infiniti tentativi, applicazioni e studio, tutti forse sarebbero in grado di disegnare una giovane donna che tenta di sorridere. Ma solo il talento sarebbe in grado di dipingere la Gioconda.
Ma il dramma non è tanto non averlo, il talento. Chi ha passato una vita in povertà senza aver mai posseduto denaro, muore sereno.
Il dramma è averlo, ma ostinarsi indefessamente a negarlo. Perché è inutile: il talento riemerge. E' come provare a bloccare un tappo di sughero sul fondo di una vasca da bagno: prima o poi riemerge. Possiamo far finta di niente per anni, ma da una qualsiasi delle nostre attività lui farà capolino, fiamma flebile e ostinata che non si da per vinta e non vuole spegnersi nonostante i nostri mille autolesionistici sforzi.
Però mi raccomando: non diamogli retta. Anche dopo che ci saremo accorti, in modo pressoché matematico, che la vita che stiamo vivendo non è altro che un'interminabile fatica priva di guizzi, non voltiamoci a guardare il nostro talento abbandonato. Meglio andare avanti, essere uno dei tanti, fare fatica, aspettare un week end dopo l'altro.
Perchè avere del talento non è da tutti. Perchè avere talento spaventa.
